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  • Marco Cencio

Cattive, ma prevedibili, nuove dalla Somalia

Gli attacchi di ieri ai Lince italiani ed alla base americana in Somalia, sono di spunto per questa riflessione.


Immagine di repertorio

Oltre alla singola notizia, conclusasi con nessun ferito ma solo con qualche danno ai mezzi (gli ottimi VTLM Lince dell'Iveco, N.d.A.), si deve porre attenzione non ai fatti in sé ma al contesto in cui si svolgono, alla Somalia, anche nota con l'infelice terminologia di Stato fallito.


Le truppe italiane, insieme a quelle di altri Paesi europei e alla missione dell'Unione Africana, sono coinvolte nel Paese del Corno d'Africa, prevalentemente con compiti addestrativi o di sorveglianza e non invece in missioni operative.


Immagine di repertorio

Lo scenario in cui si è inseriti è tra i più complessi e fragili del continente africano, se non del mondo, con un notevole numero di fazioni in lotta tra loro e contro la componente governativa, con aree stabili (come alcune regioni nel nord del Paese, N.d.R.) e altre che sono fonti di instabilità perenne e di combattimenti continui, come le aree confinanti con il Kenya, per esempio. In una tale caotica situazione, gruppi come Al-Shabaab hanno un terreno fertile in cui crescere ed ergersi non solo come gruppo guerrigliero ma vero e proprio gruppo parastatale, che mira a sostituire l'attuale leadership. (Qui un report molto interessante per i più curiosi)


Le difficoltà dell'oggi hanno radici profonde, anche volendo escludere la secolare divisione tribale diffusa in molti Stati africani, le quali potevano essere attenuate e prevenute negli anni '90 con UNOSOM, la quale lasciò un Paese estremamente fragile e instabile, senza forze armate e di polizia in grado di agire ed arginare le milizie.

Non è necessario elencare le croniche mancanze non solo addestrative e organizzative, ma anche materiali, capacitive e politiche della componente governativa somala. Sarebbe una lista estremamente lunga.


Tale situazione però non deve far credere che non vi possa essere una soluzione.


Sicuramente, per provare a elevare la Somalia dal suo attuale status, l'intervento europeo, la missione EUTM, non fornisce concreti e credibili aiuti e appoggi (avendo una mission estremamente limitata) ed è insufficiente in fatto di fornitura di materiale essenziali per le forze somale (mezzi, munizioni e catene logistiche e di supporto) e in fatto di trasmissione di capacità politico-sociali alla classe dirigente (e non solo a questa). L'attuale e permanente fragilità statale ne è la conferma.


Si dovrebbe, secondo il pensiero di chi scrive, cercare di porre fine a questa situazione endemica di conflitto, ma per raggiungere questo scopo si deve spingere per un maggior impegno ed intervento, soprattutto muscolare, al fine di dare risposte alle comunità locali e dare sia respiro sia credibilità alle istituzioni governative.

È molto difficile (se non impossibile) chiedere all'opinione pubblica di un Paese occidentale, a maggior ragione se ci si vuole riferire ad un Paese come il nostro, uno sforzo del genere, consistente sia in termini di mezzi e denaro sia anche di vite umane, ma l'importanza strategica di tutto il Corno d'Africa dovrebbe dare quell'appiglio logico e credibile alla classe politica che dovrebbe motivare l'intervento, il come verrà effettuato, spiegarne le ragioni e plasmare il consenso.


L'agire attuale invece, per concludere, non permette una credibile attenuazione delle problematiche che emergono in uno State building (per non dire che non ne permettono una risoluzione, la quale sarebbe auspicabile, N.d.A) ma anzi, queste vengono mantenute e ciclicamente si rinvigoriscono per poi esplodere nuovamente. Ci si trova così di fronte ad una instabilità permanente, mantenuta in vita anche dall'intervento di Paese terzi, di nessun beneficio per le comunità locali in prima battuta ma poi per tutta la Comunità Internazionale.

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